I Custodi del Tabor di Repen
Dare nuova vita alla funzione dei Custodi del Tabor. Non con le armi, ma con la responsabilità verso la memoria, la terra, la comunità e il futuro.

Ci sono luoghi che conservano una storia.
E ci sono luoghi che sono la storia.
Il Tabor di Repen appartiene alla seconda categoria.
Le sue pietre non furono innalzate per decorare un paesaggio.
Furono innalzate perché qualcuno aveva paura.
Perché famiglie, bambini, anziani, contadini e pastori avevano bisogno di un luogo dove rifugiarsi quando il pericolo arrivava.
E quando quelle persone guardavano verso il Tabor non vedevano un monumento.
Vedevano:
casa.
protezione.
resistenza.
speranza.
Ma le mura, da sole, non difendono nessuno.
Servivano uomini e donne disposti a vegliare.
A dare l'allarme.
A chiudere gli accessi.
A portare al sicuro bambini, anziani, animali e provviste.
A rimanere quando sarebbe stato più facile fuggire.
A proteggere gli altri prima di proteggere se stessi.
Erano persone di Repen.
Forse non conosceremo mai tutti i loro nomi.
Non avevano titoli.
Non avevano uniformi.
Non avevano medaglie.
Probabilmente nessuno scrisse le loro biografie.
Erano contadini.
Artigiani.
Pastori.
Madri.
Padri.
Figli.
Gente del Carso.
E quando arrivava il momento di difendere la comunità, diventavano qualcosa di più.
Diventavano i custodi del Tabor.
Gli eroi senza nome di Repen
La grande storia ricorda re, generali e condottieri.
La storia dei piccoli territori è diversa.
È fatta soprattutto di uomini e donne dei quali spesso non conosciamo più il volto.
Persone che non combattevano per conquistare altre terre.
Combattevano perché quella era la loro terra.
Non difendevano un impero.
Difendevano una casa.
Una chiesa.
Un campo.
Una famiglia.
Una comunità.
Questa differenza cambia tutto.
Perché l'eroismo del Tabor non appartiene alla gloria della guerra.
Appartiene alla responsabilità verso gli altri.
E forse è proprio questo l'eroismo che vale la pena ricordare oggi.
Dare nuova vita ai Custodi del Tabor
REPE! propone di compiere un gesto semplice e potente:
dare nuova vita alla funzione dei Custodi del Tabor di Repen.
Non vogliamo inventare artificialmente un antico ordine cavalleresco che le fonti non documentano.
Non ne abbiamo bisogno.
La storia reale è già abbastanza forte.
Esisteva una comunità.
Esisteva il Tabor.
Esisteva il pericolo.
Ed esistevano persone che avevano il compito morale e concreto di proteggere gli altri.
È quella funzione che vogliamo riportare in vita.
Non con le armi.
Con la responsabilità.
Cinquecento anni dopo, che cosa dobbiamo difendere?
Oggi nessun cavaliere deve salire sulle mura aspettando un esercito.
Ma questo non significa che non ci sia più nulla da custodire.
Possiamo perdere un territorio anche senza perdere un solo metro quadrato.
Possiamo perdere:
la lingua;
la memoria degli anziani;
le fotografie dimenticate nei cassetti;
gli antichi nomi dei luoghi;
le varietà agricole;
i vitigni;
i boschi;
il paesaggio;
le tradizioni;
i mestieri;
le storie delle famiglie;
la capacità di vivere insieme;
la consapevolezza di essere una comunità.
Un territorio può continuare a comparire sulle mappe e, lentamente, smettere di ricordarsi chi è.
È contro questa perdita che servono nuovi Custodi.
Chi sono oggi i Custodi del Tabor?
I Custodi del Tabor di Repen sarebbero uomini e donne riconosciuti per avere protetto, trasmesso o fatto crescere qualcosa che appartiene alla comunità.
Non necessariamente persone potenti.
Anzi.
Vorremmo ritrovare proprio lo spirito degli antichi difensori:
il valore prima del rango.
Può essere Custode una donna che per quarant'anni ha conservato le storie del paese.
Può esserlo un viticoltore che ha salvato una vecchia varietà.
Un giovane che ha riportato vita in un luogo abbandonato.
Un ricercatore che ha ricostruito una pagina dimenticata della nostra storia.
Un volontario.
Un'insegnante.
Un artigiano.
Una persona che ha costruito ponti tra la comunità italiana e quella slovena.
Qualcuno venuto da lontano che abbia fatto qualcosa di straordinario per il Carso.
Non conta chi sei.
Conta che cosa hai custodito per gli altri.
Cinque Custodie
Custode della Memoria
A chi impedisce al tempo di cancellare ciò che siamo stati.
Custode della Terra
A chi protegge paesaggio, biodiversità, agricoltura, boschi e patrimonio naturale.
Custode della Comunità
A chi tiene insieme le persone quando sarebbe più facile dividerle.
Custode del Futuro
A chi crea qualcosa di nuovo senza spezzare il filo che ci lega alla nostra storia.
Custode dell'Amicizia tra i Popoli
A chi trasforma un territorio di confine in un luogo d'incontro.
Ogni anno REPE! potrebbe riconoscere, solo quando realmente meritato, alcune figure.
Non cinque premi obbligatori ogni anno.
Se nessuno li merita, il posto rimane vuoto.
Perché un riconoscimento vale soltanto quando non può essere comprato, preteso o distribuito per cortesia.
La notte dei Custodi
Una volta all'anno.
Durante REPE!.
Quando il sole scende dietro il Carso, la comunità sale verso il Tabor.
Niente spettacolo artificiale.
Niente finto Medioevo.
La pietra.
Il silenzio.
Le fiaccole.
Il kres.
Le campane.
Italiano e sloveno.
E il racconto di quelle persone delle quali forse non conosceremo mai il nome, ma alle quali dobbiamo una parte della memoria di Repen.
Poi vengono pronunciati i nomi dei nuovi Custodi.
Uno alla volta.
Prima di ricevere il segno del Tabor viene letta pubblicamente la ragione per cui quella persona è stata scelta.
Non il curriculum.
Il gesto.
Ciò che ha fatto per gli altri.
E davanti alla comunità pronuncia il proprio impegno.
L'impegno del Custode
Davanti al Tabor di Repen,
davanti a chi lo custodì prima di noi
e davanti a chi verrà dopo di noi,
accetto di essere Custode.
Custodirò la memoria senza trasformarla in nostalgia.
Custodirò la terra sapendo che non mi appartiene, ma mi è stata affidata.
Custodirò la comunità senza chiedere a tutti di essere uguali.
Trasmetterò ciò che conosco.
Difenderò ciò che merita di non essere perduto.
E cercherò di lasciare Repen e il Carso più vivi di come li ho ricevuti.
Nessuna spada
Il nuovo Custode non dovrebbe ricevere una spada.
Gli antichi difensori avevano bisogno di armi.
Noi dobbiamo dimostrare di essere andati oltre.
Il simbolo potrebbe essere molto più forte:
una piccola pietra di Repen.
Lavorata da un artigiano locale.
Numerata.
Unica.
Semplice.
Pesante abbastanza da ricordare che custodire qualcosa è una responsabilità.
Su un lato:
TABOR REPEN
Sull'altro:
CUSTODE · ČUVAR
Nient'altro.
Nessun grado.
Nessuna gerarchia.
Nessun “Gran Maestro”.
Nessun falso titolo nobiliare.
Perché i primi Custodi non avevano bisogno di titoli per essere eroi.
E nemmeno quelli nuovi dovrebbero averne bisogno.
Il Libro dei Custodi
Alla Rocca potrebbe nascere il Libro dei Custodi del Tabor di Repen.
Ogni persona riconosciuta avrebbe una pagina.
Nome.
Anno.
Fotografia.
Motivazione.
Ciò che ha custodito.
Ciò che ha promesso di trasmettere.
Immaginiamo quel libro tra cento anni.
Un bambino di Repen potrebbe aprirlo e incontrare, pagina dopo pagina, le persone che hanno protetto il suo territorio nel XXI secolo.
Non con le armi.
Con il lavoro.
Con la cultura.
Con la cura.
Con il coraggio civile.
Sarebbe una nuova cronaca di Repen.
E un giorno, il gesto più potente
C'è una possibilità che renderebbe questa tradizione ancora più grande.
Le mura del Tabor ricordano un'Europa nella quale le comunità vivevano nella paura delle incursioni e della guerra.
Quella storia non deve essere cancellata.
Deve essere raccontata.
Ma possiamo decidere quale sarà il suo ultimo capitolo.
Un giorno, tra i Custodi dell'Amicizia tra i Popoli, Repen potrebbe riconoscere anche una donna o un uomo della Turchia contemporanea che abbia dedicato la propria vita alla cultura, al patrimonio o al dialogo tra popoli.
Pensiamoci.
Dopo cinque secoli:
nel luogo in cui uomini e donne cercavano rifugio dalle incursioni ottomane,
un cittadino turco sale al Tabor non come nemico,
ma come ospite.
Non porta un'arma.
Riceve una pietra.
E viene ringraziato per avere costruito un ponte.
Questa non sarebbe dimenticanza della storia.
Sarebbe la sua vittoria.
I veri eroi non chiedevano di diventarlo
Questa proposta nasce anche per restituire dignità a persone di cui probabilmente non sapremo mai abbastanza.
Gli uomini e le donne che protessero queste comunità non sapevano che, secoli dopo, qualcuno avrebbe guardato quelle mura.
Non combattevano per diventare parte di una rievocazione.
Volevano semplicemente che i loro figli avessero un domani.
Noi siamo quel domani.
E forse il modo più bello per ringraziarli non è vestirci come loro.
È fare per le generazioni future ciò che loro fecero per la propria.
Proteggere.
Trasmettere.
Restare.
I Custodi del Tabor di Repen
Non un ordine cavalleresco.
Qualcosa di più vicino alla nostra storia.
Una comunità che ricomincia a riconoscere i propri eroi.
Quelli di ieri, dei quali forse abbiamo dimenticato i nomi.
E quelli di oggi, che ancora non sanno di esserlo.
Un tempo vegliavano sulle mura perché il Tabor proteggesse Repen.
Oggi torniamo a vegliare su Repen perché ciò che il Tabor rappresenta non venga mai perduto.