
A Svitto una corporazione documentata dal 1114 possiede 24 mila ettari, conta quasi 20 mila membri, gestisce boschi, alpeggi e immobili e vende certificati volontari di CO₂. A Uri e Nidvaldo sopravvivono comunità proprietarie distinte dai Comuni politici. Non sono comunelle carsiche, ma il confronto cambia completamente il modo di guardare alle nostre proprietà collettive.
Oberallmeindkorporation Schwyz (OAK), la grande corporazione delle terre collettive del Canton Svitto, è una storica comunità di proprietà collettiva svizzera. Possiede e amministra boschi, alpeggi e terreni; è distinta dai normali Comuni politici e ha proprie regole di appartenenza, propri organi e una propria amministrazione.
Per il confronto con le comunelle del Carso è interessante proprio per questo: non è una “comunella svizzera” in senso giuridico, ma svolge una funzione strutturalmente simile. La comunità proprietaria non coincide con tutti i residenti e il patrimonio resta collettivo invece di essere suddiviso fra i singoli membri.
Il nome tedesco si può scomporre così: Oberallmeind richiama la grande terra comune, l’Allmend, mentre Korporation significa corporazione. Molto liberamente, potremmo renderlo come “Corporazione delle grandi terre comuni di Svitto”. OAK non è un ente ambientale né una certificazione del carbonio: è la comunità proprietaria stessa.
C’è una comunità europea che nel 2026 conta 19.895 membri, possiede e amministra circa 24 mila ettari e fa risalire la propria prima attestazione documentaria al 1114.
Non è un Comune.
Non è una società per azioni.
Non è un’associazione ambientalista.
E non è neppure una sopravvivenza folkloristica.
È la Oberallmeindkorporation Schwyz, nel cuore della Svizzera.
Gestisce boschi, alpeggi, terreni e immobili. Ha un’impresa forestale professionale. Produce e vende legname. Possiede abitazioni. Ha sviluppato attività energetiche. E dal 2010 porta avanti anche un progetto forestale attraverso il quale offre certificati volontari di CO₂.
La cosa forse più sorprendente, per chi conosce le comunelle del Carso, viene però prima di tutto questo.
Per appartenervi non basta andare a vivere a Svitto. Non basta comprare una casa. Non basta sposare una persona che ne fa parte. L’appartenenza segue regole proprie della corporazione ed è collegata alla discendenza; raggiunta la maggiore età, chi possiede i requisiti deve chiedere l’iscrizione.
Il territorio amministrativo e la comunità proprietaria non coincidono.
Suona familiare? Dovrebbe.
Le comunelle non sono un’anomalia europea
Quando si parla delle comunelle del Carso, capita ancora di percepirle come qualcosa di difficilmente classificabile: un residuo rurale, un’eccezione locale, un istituto sopravvissuto quasi accidentalmente alla modernizzazione dello Stato.
Uno sguardo alla Svizzera suggerisce prudenza.
Il Codice civile svizzero contiene addirittura una disposizione specifica. L’articolo 59 stabilisce che le Allmendgenossenschaften e le corporazioni analoghe restano disciplinate dal diritto cantonale.
Non esiste quindi una sola “comunella svizzera”. Esiste un mosaico di istituzioni: Korporationen, Allmendgenossenschaften, Genossamen, Ürten, Burgergemeinden, Alpgenossenschaften.
Hanno storie e regimi giuridici differenti. Alcune sono enti di diritto pubblico, altre ricadono in forme diverse del diritto cantonale. Alcune amministrano enormi patrimoni territoriali, altre un alpeggio o un bosco.
Ma il principio che ritorna è sorprendentemente vicino a quello che incontriamo sul Carso: una comunità degli aventi diritto può essere distinta dalla popolazione del Comune politico e possedere un patrimonio che non appartiene individualmente ai suoi membri.
Il diritto federale svizzero non ha eliminato queste differenze. Ha lasciato che i cantoni continuassero a disciplinarle.
Una corporazione più vecchia della Confederazione
Il caso più impressionante è quello di Svitto.
La Oberallmeindkorporation Schwyz documenta la propria esistenza a partire dal 1114, quando una controversia sui confini fra gli abitanti di Svitto e il monastero di Einsiedeln mostra già una comunità organizzata attorno a beni territoriali collettivi.
La Confederazione svizzera tradizionalmente fa risalire il proprio atto fondativo al 1291. La corporazione, dunque, compare nelle fonti quasi due secoli prima.
Oggi è una corporazione di diritto pubblico e continua ad amministrare circa 24 mila ettari fra boschi, alpi e altre terre, distribuiti dal Muotathal a Morgarten e dallo Ybrig al lago dei Quattro Cantoni. Al 31 marzo 2026 registrava 19.895 cittadini corporativi.
Questo non significa che sia rimasta uguale per novecento anni. Al contrario. È cambiata continuamente.
Le donne sono diventate membri a pieno titolo nel 1993; dal 2006 anche loro possono trasmettere il diritto corporativo ai figli. Nel 2001 la corporazione si è dotata di una propria direzione forestale professionale. Nel 2006 ha costituito una società energetica.
La continuità, insomma, non è immobilità. È la capacità di cambiare senza dissolvere la proprietà collettiva.
E se abitare non bastasse?
È probabilmente questo il passaggio che interessa di più il Carso.
Nelle nostre discussioni si confondono facilmente quattro categorie: abitante, residente, consorte, proprietario collettivo.
La Svizzera mostra con chiarezza che non sono necessariamente la stessa cosa.
A Uri esiste ancora oggi una Korporation Uri distinta dal Cantone e dai Comuni politici. Deriva dalle antiche Marchgemeinden e la stessa corporazione afferma di esistere da prima della Confederazione.
Fino al XIX secolo la Korporation Uri e lo Stato urano erano sostanzialmente sovrapposti. Nel 1888, con la revisione della costituzione cantonale, furono separati: le corporazioni di Uri e Ursern vennero riconosciute come enti di diritto pubblico con organizzazione propria e con un patrimonio distinto.
È una storia che dovrebbe interessare molto chi si occupa delle comunelle. Prima esiste una comunità territoriale. Poi lo Stato moderno sviluppa Comuni, Cantoni, amministrazioni. A un certo punto bisogna distinguere le due cose.
Ma distinguere non significa necessariamente assorbire. In Svizzera è stato possibile dire: questa è la comunità politica; questa è la corporazione proprietaria; non sono la stessa cosa. E possono continuare a esistere entrambe.
Un patrimonio che non si può spartire
Il confronto diventa ancora più interessante nel piccolo Cantone di Nidvaldo.
Qui la legislazione disciplina espressamente diverse corporazioni storiche. E contiene una frase che potrebbe essere messa accanto alla disciplina italiana dei domini collettivi: il patrimonio della corporazione deve essere conservato e non può in nessun caso essere distribuito fra i cittadini corporativi.
Quel patrimonio può comprendere immobili, diritti e altre attività. La comunità ha organi propri, approva bilanci, elegge amministratori e decide sulle operazioni riguardanti la terra. Ma i membri non possono semplicemente dire: vendiamo tutto e dividiamoci il ricavato.
La proprietà collettiva cambia il modo di pensare il tempo. Se la terra non deve essere liquidata alla prima occasione conveniente, il suo valore non coincide più con quanto qualcuno sarebbe disposto a pagarla oggi. Conta anche ciò che potrà produrre domani: pascolo, legname, acqua, energia, protezione del territorio, paesaggio, servizi ambientali e, ormai, carbonio.
Dal bosco medievale al certificato di CO₂
La Oberallmeindkorporation Schwyz gestisce oltre novemila ettari di propri boschi ed è oggi il maggiore proprietario forestale non statale della Svizzera. La sua azienda forestale conta personale specializzato e raccoglie ogni anno decine di migliaia di metri cubi di legname.
Ma nel 2010 ha fatto qualcosa di molto meno tradizionale. Ha avviato quello che presenta come il primo progetto svizzero di protezione climatica basato sul bosco.
Il meccanismo, semplificando, consiste nell’aumentare moderatamente lo stock medio di legname rispetto alla gestione di riferimento, mantenendo così una quantità aggiuntiva di carbonio nella biomassa forestale.
Il perimetro tecnico del progetto comprende 7.379 ettari. La documentazione stima, nell’arco di trent’anni, circa 245 mila tonnellate di CO₂ di assorbimento contabilizzabile secondo la metodologia adottata. È previsto anche un margine di riserva per affrontare rischi come tempeste o altri eventi capaci di ridurre lo stock forestale.
I certificati vengono effettivamente offerti dalla corporazione attraverso il proprio sito.
Attenzione, però. Non sono automaticamente paragonabili ai futuri crediti del carbon farming europeo. Si tratta di un progetto volontario svizzero, con una propria metodologia, monitoraggio e verifica.
Non possiamo prendere quel modello e trapiantarlo domani sul Carso. Ma possiamo fare una cosa molto più interessante. Possiamo chiederci perché una comunità proprietaria documentata dal Medioevo sia riuscita ad arrivare al XXI secolo abbastanza organizzata da discutere non soltanto di pascoli e legname, ma anche di carbonio forestale.
Non hanno conservato il passato. Lo hanno trasformato
È qui che il confronto con il Carso diventa veramente interessante.
Le corporazioni svizzere non sono rimaste vive perché qualcuno le ha chiuse sotto una campana di vetro. Hanno cambiato statuti. Hanno modificato le regole sull’appartenenza. Hanno superato discriminazioni storiche. Si sono dotate di tecnici. Producono bilanci. Stipulano contratti. Gestiscono immobili. Affittano alpeggi. Vendono legname. Realizzano infrastrutture. Concedono diritti sull’acqua. Partecipano a operazioni energetiche.
A Svitto la stessa corporazione possiede e amministra anche 93 appartamenti, oltre a spazi commerciali e altre strutture; gli edifici vengono riscaldati attraverso reti alimentate a cippato di legno.
A Uri la corporazione destina parte dei propri introiti a strade, vie di accesso agli alpeggi, acquedotti, funivie e altre opere che vanno oltre il beneficio dei soli membri.
Questo non significa che sia tutto perfetto. Una proprietà collettiva può produrre cattive decisioni esattamente come una proprietà pubblica o privata. Può escludere. Può amministrare male. Può entrare in conflitto con obiettivi ambientali. Può privilegiare alcuni gruppi. La storia svizzera dell’accesso delle donne ai diritti corporativi lo dimostra molto bene.
Ma proprio per questo il confronto è serio. Non stiamo guardando a un’utopia. Stiamo guardando a istituzioni reali che hanno dovuto adattarsi.
La domanda che la Svizzera fa al Carso
Per decenni le comunelle carsiche hanno dovuto affrontare una domanda preliminare: esistono davvero come soggetti proprietari distinti dal Comune?
Il caso di Opicina mostra quanto sia stata lunga la risposta: bando del 1955, ricorso del 2008, Cassazione del 2018, giudizio di rinvio del 2021, nuova Cassazione nel 2026.
La comparazione con la Svizzera suggerisce che, una volta chiarita la questione dell’identità giuridica, si apre una domanda forse ancora più interessante: che cosa facciamo con questa proprietà?
Sul Carso abbiamo boschi, pascoli, landa, aree Natura 2000, problemi di incendi, abbandono, biodiversità, sentieri, acqua, turismo, possibili servizi ecosistemici e possibile carbon farming.
Ma per trasformare questi elementi in gestione occorre qualcosa che la Svizzera rende evidente: una comunità deve sapere chi decide; deve conoscere con precisione ciò che possiede; deve avere una contabilità; deve pianificare; deve poter stipulare contratti; deve reinvestire; deve misurare i risultati.
In altre parole, la proprietà collettiva non è interessante perché è antica. È interessante se riesce a produrre capacità contemporanea di gestione.
Il Medioevo con un negozio online
C’è una pagina del sito della Oberallmeindkorporation Schwyz che riassume tutta questa storia meglio di un trattato.
In alto compare la data: dal 1114. Poche pagine più in là si possono ordinare certificati volontari legati al carbonio forestale.
La stessa istituzione attraversa quasi mille anni. Non è rimasta uguale. È rimasta proprietaria.
E forse questa è la lezione più provocatoria per il Carso.
Non dobbiamo conservare le comunelle perché vengono dal passato. Dobbiamo domandarci se possano diventare uno degli strumenti con cui amministrare il futuro.
La Svizzera non ci offre un modello da copiare. Ci offre qualcosa di più utile: la prova che una proprietà collettiva antichissima può essere perfettamente contemporanea.
Se queste terre non sono un relitto del passato, che cosa vogliamo farne nei prossimi cento anni?