Progetto speciale · Dall’Ampeloteca all’Antico Prosecco
Prosecco, Trieste. Qui nasce un nome diventato mondiale.
Altrove si è costruito il sistema economico capace di trasformarlo in valore.
Nel 2025 la DOC Prosecco ha raggiunto 667 milioni di bottiglie, confermandosi, secondo il Consorzio, lo spumante italiano più venduto al mondo. Il sistema dichiara 28.100 ettari di vigneto, 12.322 aziende viticole, 1.110 vinificatori, 350 case spumantistiche e un valore retail stimato di circa 3,6 miliardi di euro. L’82% delle bottiglie è destinato ai mercati esteri. Sono numeri di una macchina industriale e commerciale straordinaria, costruita attraverso disciplina, cooperazione, tutela giuridica, investimenti e distribuzione internazionale. Consorzio di Tutela della DOC Prosecco – dati 2025 · Brochure ufficiale Prosecco DOC 2025
Il paradosso di Prosecco
Eppure Prosecco è anche il nome di un borgo del Carso triestino.
Qui sta il paradosso: uno dei nomi vinicoli più potenti del pianeta è legato a un luogo che non è diventato il centro riconoscibile della ricchezza, della ricerca, del turismo e della leadership culturale generati da quel nome.
Non è corretto affermare, senza una contabilità territoriale completa, che a Prosecco e al Carso triestino non sia arrivato “nulla”. La provincia di Trieste rientra formalmente nell’area della DOC. Ma è legittimo porre la domanda essenziale: quale quota misurabile di valore, occupazione, proprietà intellettuale, reputazione e potere decisionale è rimasta nel luogo da cui il nome proviene?
Se quella quota non è visibile, documentata e proporzionata alla forza simbolica conferita al sistema, siamo davanti non a una fatalità, ma a un fallimento di strategia territoriale.
La svolta del 2009
La svolta giuridica avviene nel 2009. Il nome del vitigno “Prosecco” viene sostituito con Glera, mentre “Prosecco” viene consolidato come denominazione geografica. Il Regolamento (CE) n. 1166/2009 spiega esplicitamente che il cambiamento serve a evitare confusione fra il nome della denominazione protetta e quello della varietà. La norma riconosce inoltre la produzione nelle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia. Regolamento (CE) n. 1166/2009
Fu una scelta strategica formidabile. Un nome varietale è molto più difficile da difendere globalmente; una denominazione geografica può essere protetta, controllata e trasformata in una piattaforma economica.
Un sistema progettato
Il sistema che ne è seguito non è nato per caso. È stato progettato:
- delimitazione geografica;
- disciplinare di produzione;
- organizzazione della filiera;
- controlli e certificazione;
- tutela del nome in oltre cento Paesi;
- investimenti coordinati nella promozione;
- capacità di imbottigliamento e distribuzione;
- raccolta e comunicazione dei dati;
- adattamento del prodotto ai mercati internazionali.
Il successo del Veneto e dell’intera DOC non deve essere denigrato. Deve essere studiato. Altri territori hanno applicato metodo, capitale, cooperazione e continuità. Il Carso triestino, invece, non ha costruito intorno alla propria origine simbolica un’istituzione altrettanto forte e riconoscibile.
Il problema non è che “gli altri hanno rubato”. Il problema è che noi non abbiamo organizzato per tempo ciò che era nostro in un sistema durevole di conoscenza e valore.
Un territorio può possedere un nome, una varietà, una pietra, un paesaggio o una storia. Ma il possesso culturale non produce automaticamente reddito, lavoro o influenza.
La lezione per il Carso
Il valore territoriale nasce soltanto quando esistono:
- conoscenza scientifica;
- documentazione storica;
- tutela giuridica;
- governance condivisa;
- standard di qualità;
- capitale paziente;
- capacità commerciale;
- misurazione dei risultati.
Il fallimento carsico è quindi un disastro di metodo. Per troppo tempo il patrimonio è stato trattato come qualcosa che sarebbe rimasto disponibile per inerzia. Rivalità locali, frammentazione fondiaria, personalismi, diffidenza verso la cooperazione, assenza di una cabina di regia e incapacità di pensare oltre il ciclo politico hanno lasciato il territorio senza strumenti.
Mentre altrove si costruivano consorzi, laboratori, marchi, reti commerciali e sistemi di controllo, qui si discuteva senza creare un inventario scientifico completo di ciò che esisteva. E ciò che non viene censito non viene protetto. Ciò che non viene protetto non viene finanziato. Ciò che non viene organizzato finisce per produrre valore altrove.
Questa è la lezione più dura:
Non abbiamo perso perché eravamo piccoli. Abbiamo perso perché non abbiamo costruito il metodo necessario per trasformare l’unicità in potere economico e culturale.
Non volume, ma rarità certificata
La DOC si estende su nove province di Veneto e Friuli Venezia Giulia. Il Carso triestino non dispone delle superfici, delle rese, degli impianti e della potenza distributiva necessarie per sfidare il sistema esistente sul numero di bottiglie.
Tentare di replicare in piccolo il modello di massa sarebbe un secondo errore. Significherebbe entrare in concorrenza sul terreno in cui altri possiedono vantaggi strutturali irraggiungibili.
La strategia corretta è opposta:
- non più volume, ma rarità certificata;
- non un prodotto indistinto, ma identità genetica;
- non milioni di bottiglie, ma microproduzioni numerate;
- non marketing generico, ma ricerca verificabile;
- non imitazione, ma origine;
- non sfruttamento del territorio, ma conservazione produttiva;
- non prezzo basso, ma valore culturale e scientifico elevato.
Il Carso non deve produrre ciò che il mercato possiede già in abbondanza. Deve custodire e, quando legalmente possibile, trasformare ciò che nessun altro luogo può ricreare.
Il progetto
Il progetto propone di fare di Monrupino-Repentabor il centro di un programma scientifico e territoriale dedicato agli antichi vitigni, alle varietà frutticole, alle sementi e ai biotipi locali.
Il cuore iniziale sarebbe il recupero dei vitigni storici dell’area di Prosecco e del Carso. Questa formulazione è più rigorosa di “antichi vitigni del Prosecco”: evita di attribuire identità non ancora dimostrate e rispetta la disciplina della denominazione. Ogni accessione dovrà essere identificata prima di ricevere un nome, e qualsiasi futura produzione o etichettatura dovrà rispettare registri varietali, disciplinari e normativa applicabile.
Un’infrastruttura scientifica vivente
L’ampeloteca non sarebbe un museo ornamentale. Sarebbe una infrastruttura scientifica vivente.
L’OIV considera urgente contrastare l’erosione genetica e la scomparsa definitiva dei genotipi originali. Raccomanda campagne di ricerca, conservazione in situ, collezioni ex situ, duplicazione di sicurezza, conservazione in vitro e crioconservazione. OIV – Conservation of vine’s genetic resources
Il CREA ricorda che la sopravvivenza di molte risorse viticole dipende dalle collezioni di germoplasma e che il recupero dei vitigni autoctoni rafforza paesaggio, agroecosistemi e identità economica. Le sue collezioni comprendono circa 5.600 accessioni. CREA – Conservazione del germoplasma viticolo
Censire prima di perdere
Una squadra composta da agronomi, ampelografi, storici e referenti locali dovrebbe mappare:
- vecchie vigne e piante isolate;
- orti, pastini e piccoli appezzamenti familiari;
- ceppi tramandati senza identificazione certa;
- testimonianze orali, mappe catastali e archivi;
- sinonimi italiani, sloveni e dialettali;
- età presunta, condizioni sanitarie e rischio di perdita.
Ogni pianta candidata riceverebbe un codice provvisorio, coordinate, fotografie, scheda del proprietario e catena documentale del campione.
Foglia, germoglio, grappolo, acino, fenologia e comportamento agronomico dovrebbero essere descritti secondo la lista internazionale dei descrittori OIV. La terza edizione, adottata nel 2023, armonizza le caratteristiche morfologiche e include i marcatori molecolari necessari all’identificazione varietale. OIV – Descriptor list of grapevine varieties and Vitis species
I campioni dovrebbero essere sottoposti a genotipizzazione SSR e confronto con banche dati nazionali e internazionali. Il servizio del CREA di Conegliano utilizza dodici marcatori SSR e certifica l’identità varietale tramite confronto con il proprio database molecolare. CREA – Caratterizzazione varietale della vite
Questa fase permette di distinguere:
- varietà già note con un nome locale diverso;
- duplicazioni;
- errori storici di attribuzione;
- biotipi o cloni di interesse;
- accessioni potenzialmente non ancora descritte.
Conservazione e sicurezza
Prima della propagazione occorrono controlli fitosanitari, test virologici e, quando necessario, risanamento del materiale. Conservare una pianta malata senza duplicazione non significa salvare una risorsa: significa rimandarne la perdita.
Ogni accessione validata dovrebbe essere conservata:
- nel campo collezione dell’Ampeloteca;
- in un secondo sito indipendente;
- quando opportuno, in vitro o in crioconservazione presso un partner scientifico;
- possibilmente anche on farm, mantenendola nel paesaggio da cui proviene.
La doppia conservazione protegge da malattie, incendi, eventi meteorologici, errori gestionali e abbandono.
Per ogni materiale dovrebbero essere pubblicati, con differenti livelli di accesso:
- codice univoco;
- provenienza e catena di custodia;
- profilo ampelografico;
- identificazione genetica;
- stato sanitario;
- fotografie e dati fenologici;
- riferimenti storici;
- condizioni legali di uso e propagazione.
La tracciabilità digitale deve documentare la ricerca; non deve diventare una scorciatoia promozionale o una promessa finanziaria.
Microvinificazioni scientifiche
Solo dopo identificazione, risanamento e autorizzazioni potranno essere realizzate microvinificazioni scientifiche per valutare:
- maturazione e acidità;
- profilo aromatico;
- risposta alla bora, alla siccità e ai suoli carsici;
- resistenza o sensibilità alle patologie;
- adattamento climatico;
- potenziale enologico e gastronomico.
I risultati negativi dovranno essere pubblicati insieme a quelli positivi. La ricerca credibile non cerca conferme: produce conoscenza.
Una collezione, non un prodotto di massa
Se la fase scientifica e normativa consentirà una valorizzazione produttiva, il modello non dovrà essere industriale.
Si propone una Collezione Ampelografica del Carso, articolata in micro-lotti annuali:
- numero massimo di bottiglie stabilito prima della vendemmia;
- singola accessione o assemblaggio dichiarato;
- particella e vendemmia identificate;
- analisi genetiche e agronomiche collegate al lotto;
- vinificazione documentata;
- bottiglia numerata;
- QR code verso un registro pubblico verificabile;
- rendicontazione della destinazione dei proventi;
- quota vincolata alla conservazione del germoplasma;
- revisione scientifica indipendente.
Il numero limitato non deve essere una tecnica artificiale di scarsità. Deve derivare dalla reale disponibilità del materiale, dalla prudenza agronomica e dalla priorità assegnata alla conservazione.
Il principio è semplice:
Prima si salva la varietà. Poi la si studia. Soltanto dopo, se la legge e la scienza lo consentono, la si trasforma in un prodotto.
Un’economia della conoscenza
Il valore dell’Ampeloteca non dipenderebbe soltanto dalla vendita del vino. Potrebbe generare un’economia più ampia:
- ricerca e convenzioni universitarie;
- servizi di identificazione e conservazione;
- formazione professionale;
- turismo scientifico e culturale;
- visite ai vigneti storici;
- pubblicazioni e archivio digitale;
- eventi internazionali sull’ampelografia;
- collaborazioni con vivai e centri di ricerca;
- adozione simbolica delle accessioni;
- fondi europei, nazionali e regionali per biodiversità e innovazione;
- produzioni sperimentali di altissimo valore.
La produzione numerata sarebbe quindi la punta visibile di un sistema di conoscenza. Non il suo unico bilancio.
Governance e tutela
L’iniziativa dovrebbe essere affidata a una fondazione o ente senza finalità speculative, con:
- comitato scientifico indipendente;
- rappresentanti del territorio e dei proprietari;
- università e centri di ricerca partner;
- regole sui conflitti di interesse;
- inventario patrimoniale pubblico;
- bilancio e indicatori annuali;
- tutela contro l’appropriazione privata esclusiva del materiale;
- accordi chiari su accesso, propagazione e utilizzazione commerciale.
La proprietà di terreni, campioni, dati genetici, marchi e risultati della ricerca deve essere definita prima di raccogliere il primo tralcio. Senza questa disciplina, il progetto replicherebbe esattamente l’errore che intende correggere.
Che cosa non deve diventare
Non deve essere:
- una nuova etichetta costruita prima della ricerca;
- un pretesto per usare impropriamente il nome Prosecco;
- una collezione di piante prive di identità verificata;
- un progetto immobiliare travestito da biodiversità;
- un’iniziativa personale senza governance;
- una promessa di milioni di bottiglie;
- una competizione quantitativa con Veneto o Friuli;
- un’altra pagina web senza responsabili, scadenze e budget.
Deve diventare un’istituzione capace di sopravvivere ai suoi promotori.
Percorso operativo
Fase 1 · Costituzione e preparazione
- costituzione del comitato promotore scientifico;
- protocollo con università, CREA o altro centro qualificato;
- definizione del territorio di indagine;
- manuale di campionamento e catena di custodia;
- avviso pubblico ai proprietari di vecchie vigne;
- mappa preliminare delle accessioni a rischio;
- budget e candidature ai finanziamenti.
Fase 2 · Censimento e validazione
- primo censimento sul campo;
- analisi genetiche e sanitarie;
- selezione del sito dell’Ampeloteca;
- accordi per la duplicazione di sicurezza;
- registro digitale delle accessioni;
- progetto agronomico e autorizzativo;
- pubblicazione del primo rapporto scientifico.
Fase 3 · Conservazione e sperimentazione
- impianto del campo collezione;
- conservazione on farm delle piante madri;
- avvio delle microvinificazioni autorizzate;
- programma educativo e visite controllate;
- valutazione delle accessioni per registrazione e valorizzazione;
- eventuale prima microserie numerata, soltanto dopo validazione.
Indicatori di risultato
- accessioni censite;
- accessioni identificate;
- genotipi unici o rari;
- materiali risanati;
- accessioni duplicate in sicurezza;
- proprietari coinvolti;
- pubblicazioni e partnership scientifiche;
- ettari e piante conservati;
- giovani formati e posti di lavoro qualificati;
- risorse reinvestite nella conservazione.
Non il numero di comunicati stampa. Non il numero di bottiglie annunciate.
La scelta del 2026
Il Prosecco dimostra che un nome può diventare un’infrastruttura economica globale. Dimostra anche che l’origine storica, da sola, non garantisce alcuna centralità nella distribuzione del valore.
Il Carso non può riscrivere il 2009. Può però decidere cosa fare nel 2026.
Può continuare a osservare altri territori organizzare, certificare e vendere ciò che hanno compreso prima. Oppure può applicare finalmente un metodo alle risorse che ancora esistono: antichi vitigni, biotipi locali, paesaggio, conoscenza contadina e biodiversità.
La prima perdita può essere spiegata dalla storia. La seconda no.
Quando scompare un antico vitigno non perdiamo soltanto una pianta. Perdiamo un’opzione genetica, un documento storico e una possibilità economica che nessuno potrà ricostruire.
Per questo la proposta non è produrre semplicemente più vino.
È produrre meno, quando sarà possibile produrre. Produrre il meglio. Produrre soltanto ciò che è autentico, identificato e tracciato.
È costruire a Monrupino-Repentabor un luogo in cui la memoria diventi scienza, la scienza diventi tutela e la tutela generi valore per il territorio.
Il DNA del Carso è un patrimonio unico da custodire per il futuro.
Non dobbiamo fare concorrenza ai grandi sistemi produttivi. Dobbiamo finalmente diventare insostituibili.
Il valore è già sotto i nostri piedi. La conoscenza deve impedirci di perderlo una seconda volta.
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